Pubblicato da: campolibanosci | gennaio 2, 2008

Ayta, i cantieri, la pace.

Dalla guerra non si scappa. Non c’è fuga possibile, ce la si porta dentro, addosso. E non la si può evitare. Appartiene alla natura del mondo, è l’anima delle relazioni internazionali, è l’indispensabile motore di qualunque sistema produttivo in ogni epoca e, non meno importante, sembra inevitabile nel nostro presente. Tocca tutti, in tempi e forme differenti. Incide, in maniera più o meno evidente, sulle coscienze e consapevolezze di singoli, comunità, governi. Questo è l’ovvio, quello che tutti sanno e nessuno nega. Quello che io non sapevo era che il brivido, il potere dirompente della semplice visione di un villaggio bombardato può generare diverse chiavi di lettura, molteplici interpretazioni possibili della guerra di cui tanto credevo di sapere. Tutto di fronte alle macerie, alle pareti segnate da proiettili, colpi di mortaio, schegge di granate. Camminando su un manto stradale dissestato dalle bombe, attraversando scenari apocalittici di un apocalisse realmente avvenuto.

Ayta è un villaggio del Libano meridionale. E’ situato a 676 metri di altitudine, appena 1 km a ridosso del confine con lo stato di Israele, attualmente conta 400 abitanti, non si contano invece le vittime del conflitto del luglio 2006.
Dal giardino pubblico, un cortile di cemento con qualche aiuola e dei giochi per bambini, costruito al limite del centro del villaggio, ci si affaccia sull’altopiano che fu teatro dei rapimenti che innescarono il conflitto del luglio 2006. Parla Mona e mi chiede se ritengo giusto o no che sotto l’assedio di un esercito, una resistenza rapisca dei soldati nella pianura che abbiamo di fronte. Dico che sarebbe più sensato se rispondesse lei a questa domanda che retoricamente tante volte è stata fatta proprio a persone al di fuori di questo scenario. Non ha nessuna esitazione, nessun termine mediato: “si, lo riteniamo inevitabie e legittimo”. Parla al plurale Mona, social worker di Shrifa decisamente lonatana dal radicalismo sciita di Hezbollah.
Ayta è racchiusa in un’immagine che non è stata registrata. La vecchia moschea distrutta, centrata da una bomba, sulla strada principale del villaggio; resiste in piedi il minareto, raggiunto da schegge, centinaia di fori. Attorno già si ricostruisce. Qui la ricostruzione è finanziata dal Qatar, Hezbollah ha provveduto alla prima sistemazione degli sfollati, adesso copre in contanti le spese di ogni famiglia per rendere abitabili i nuovi edifici, elettrodomestici, mobilio ecc.
Ci accompagna un diciottenne che mi indica la sua nuova casa in cui si è appena trasferito dopo aver vissuto con tutta la famiglia a casa dello zio per più di un anno. Frequenta la Madrassa che abbiamo visto dalla strada, unica strutura scolastica funzionante a cui fanno riferimento molti studenti privi di una scuola, pensa di proseguire gli studi per diventare odontotecnico o dentista, magari in Italia. Intanto non è possibile per noi fare delle riprese nel villaggio, le faranno invece i ragazzi dei laboratori. Ed è giusto così. Il veto posto a noi è facile da capire. Diffidenza. Prima della guerra pare che le foto scattate da forestieri e stranieri siano servite per pianificare i bombardamenti sul villaggio. Saranno state panoramiche grandangolari, visto che Ayta è tutto un cantiere, perché è stata distrutta quasi interamente. I ragazzi invece vogliono raccontare il loro ambiente, modificato dalla guerra e le uniche immagini che avremo da pubblicare saranno state prodotte da loro. Per questo avranno anche un blog che speriamo diventi presto quella finestra da cui affacciarci per vedere dentro la guerra. Allora, forse, sarà più facile per tutti capire che vale la pena ricostruire per costruire la pace.

Vito

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