Pubblicato da: saverio75 | gennaio 4, 2008

Tre minuti di vita.

Hassan, Mohammad, Ali, Ibrahim. Sono i cosiddetti “nuri”, mendicanti, scansafatiche, perdigiorno, gli “ultimi” insomma. Non sono palestinesi, non sono rifugiati eppure vivono qui in attesa di un futuro e di una terra che non è la loro. Vengono dall’Egitto, dalla Siria, dall’Africa. Hanno fra i dodici e i sedici anni. Non vanno a scuola e, in branco, sopravvivono alle giornate qui nel campo. Non frequentano il Centro di Aggregazione perchè sono troppo irrequieti. Eppure ogni sera li trovi qui, davanti al portono d’entrata. Ballano l’hip hop, la breakdance, freestyle. Hassan canta il rap. Il testo ripete la solita tiritera: Chi sono i terroristi? Israeliani, palestinesi, i buoni, i cattivi, la terra, etc….etc.. Poco importa. Fa ritmo, fa ballare…e il tempo passa: un po’ meno soli, un po’ meno “nuri”. Minuti di vita.
Ieri mi hanno chiesto di utilizzare la videocamera. Non credo fosse per improvvisa passione, piuttosto in quel modo potevano entrare in un luogo e in un gruppo a loro interdetto. Mi hanno accompagnato ad una festa di matrimonio. Nel buio ci siamo avviati verso la musica. Erano titubanti. Non ho potuto rassicurarli: nessuno di loro parla inglese e i gesti e le pacche a volte non bastano. Entriamo e per la prima volta li scopro per quello che sono. Ragazzini. Cuccioli di essere umano considerati diversi tra i diversi. Si stringono in cerchio, si guardano intorno, si difendono dagli sguardi. Accendo la telecamera e gliela passo. Mi fanno cenno che è meglio di no. Vogliono andarsene. Hanno paura. A me invece tutti sorridono. Mi salutano. Mi offono il narghile. Arriva il padre della sposa, mi stringe la mano. Parla arabo ma i convenevoli sono sempre gli stessi e la ripetizione mi rende più sicuro. Tanto sono italiano. Tanto sono straniero. Tanto sono maschio. A me tutto è concesso. Guardo i ragazzi. Hanno la telcamera in mano, spenta. La stringono. Attendono un segnale di ok. Per un attimo stanno dalla “parte giusta”. Per un momento godranno di quei privilegi di cui io, occidentale, sono portatore. E si ripete la Storia di sempre. A me non si può dire di no. Io sono il Mediatore, l’Interlocutore. Come tutti i mediatori, interlocutori che si affannano in questa terra maledetta e dolcissima ho una funzione ma non una soluzione. Non c’è soluzione solo vantaggi, per i pochi e non per quelli giusti. Il conflitto, la terra, i diritti, i popoli per un’istante si condensando in questo piccolo microcosmo: trattative, concessioni, limiti e confini. E mentre la musica dà sollievo al popolo affaticato, straniero in terra straniera, qualcuno ci concede di riprendere. Tre minuti. Mohammad sorride coi suoi denti bianchissimi: ha già capito. Io ci arrivo dopo, il tempo della traduzione. Noi arriviamo sempre dopo. Per loro è già festa! Hanno in mano il trofeo, il “permesso” di entrare in “terra straniera”. Si mischiano tra la gente, ballano con la telecamera in mano. Li osservo da lontano. Capisco ora che le riprese erano un pretesto. Sorrido, sono felice. Ce l’hanno fatta a strappare minuti di vita anche oggi. Sono entrati alla festa e hanno usato me per farlo. Tre minuti di “normalità”, solo per ballare, per essere alla pari. Vivere e non sopravvivere. E mi tornano in mente le parole di Hassan, il mio barbiere di fiducia, professore di fisica e lingue un tempo. Se avesse potuto scegliere gli sarebbero bastati solo 15 minuti di vita nella sua terra, in Palestina, solo quindici mi ripeteva…e poi avrebbe potuto anche morire. I nostri di minuti invece sono passati. Tre minuti di vita per loro. Un’eternità di contrasti nella mia testa. Ci avviamo alla porta. Ci affidano una scorta, Ibrahim, per sicurezza. I ragazzi lo deridono, un palestinese che protegge dei “nuri”.
Il buio del campo ci divora.

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Responses

  1. hey guys
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