Pubblicato da: campolibanosci | giugno 10, 2008

Pluralia in Palestina

Io sono Claudia, una dei fratellini libanesi che con il loro amore hanno dato vita a Pluralia. La nostra associazione è stata invitata dallo SCI (Servizio Civile Internazionale), in ambito del progetto europeo MedHebron, in Palestina, per partecipare alla Terza Conferenza Internazionale sui movimenti popolari nonviolenti di Bli’in (dal 3 al 9 Giugno). Il caso ha voluto che andassi io, e ad un giorno dal mio ritorno in Italia mi trovo qui a scrivere spinta da un bisogno irrefrenabile di condividere con tutti voi ciò che ho visto e provato in quella bellissima terra martoriata da sessant’anni di occupazione brutale. Bil’in è un piccolo villaggio di circa 2.000 anime, tra Ramallah e Gerusalemme, che ormai da tre anni sta portando avanti una lotta nonviolenta contro la costruzione del muro di separazione israeliano e per la difesa dei diritti dei Palestinesi. Da tre anni gli abitanti di Bil’in dimostrano pacificamente ogni Venerdì per i loro diritti, appoggiati spesso da internazionali che non mancano quasi mai a questo importante appuntamento settimanale. Grazie alla loro forza e determinazione gli abitanti di Bil’in sono riusciti a far deviare la costruzione del muro, che inizialmente doveva passare proprio in mezzo alla città dividendola praticamente in due, come è successo in altre città palestinesi. Al termine dei tre giorni di Conferenza, cui hanno preso parte decine e decine di realtà sia palestinesi che internazionali, partiti politici, il Parlamento Europeo rappresentato dal suo Vice Presidente Luisa Morgantini, movimenti, associazioni e tanti semplici individui, ci siamo trovati tutti a partecipare alla consueta manifestazione del Venerdì, che si è aperta gioiosamente con un match di football che ha visto confrontarsi la nazionale palestinese e gli internazionali, lanciando un messaggio anche in vista degli Europei di calcio che si sarebbero aperti il giorno seguente. E’ inutile dire che dopo pochi momenti di gioco siamo stati subito attaccati da lacrimogeni e bombe sonore lanciate dall’esercito israeliano, appostato dall’altra parte del muro. E una volta iniziato il corteo pacifico hanno continuato per circa tre ore ad attaccarci, ferendo alcuni, tra cui la sottoscritta, con lacrimogeni sparati ad altezza uomo, intossicandone altri. Rispondere ad una manifestazione nonviolenta con armi di vario genere non stupisce affatto, però, alla luce di tutte le altre ingiustizie che si possono quotidianamente vedere in Cisgiordania. Il nostro viaggio è continuato tra varie città della West Bank, e in ognuna ho rabbrividito. Ad esempio Qalqiliya, a nord-ovest, totalmente circondata dal muro, con una sola entrata di accesso controllata da check point israeliano. Oppure Hebron, in cui i settlers, 500 per una popolazione araba di 200.000 persone, sono “protetti” da circa 2.000 soldati che confiscano case palestinesi o le distruggono per ragioni di sicurezza! E se vi capita di fare un giro per Hebron non stupitevi di vedere le strade palestinesi coperte da reti a loro volta coperte da rifiuti, sassi e oggetti di vario genere: sono i settlers che gettano dalle loro case ai piani alti di tutto di più. Questi sono solo piccoli esempi di una realtà più ampia, che rende la vita dei Palestinesi impossibile. Lo stato d’Israele è stato costruito appositamente per far scomparire i Palestinesi, per renderli invisibili, fare finta che non ci siano: le strade israeliane (che naturalmente non sono percorribili dai Palestinesi) sono rialzate, e passano praticamente sopra i villaggi e i campi profughi; i quartieri ebraici in città come Gerusalemme, sono delimitati da cancelli che la sera vengono chiusi; i check point isreeliani, situati in ogni dove, controllano qualsiasi spostamento di persone e beni. Spesse volte in questa settimana mi sono sentita priva di qualsiasi diritto, sia come essere umano, che come cittadina dell’ Unione Europea. Lo stato di diritto in Israele non esiste all’infuori che per gli stessi israeliani; qui esiste soltanto la scelta arbitraria di un soldato, che spesso non ha più di vent’anni. I Palestinesi quotidianamente devono sopperire a queste ingiustizie, vedere le proprie case espropriate, vedersi negato il diritto alla libera circolazione, vedere i propri bambini arrestati in barba a qualsiasi Convenzione internazionale sui diritti dei minori. La Palestina è una prigione a cielo aperto, è una Guantanamo accessibile agli sguardi di tutti quelli che vogliono vedere. E questo è ingiustificabile, impensabile. Terribile. La comunità internazionale non ha mai alzato un dito, nonostante Israele stia violando dalla sua nascita il Diritto Internazionale, le Convenzioni e le Risoluzioni dell’ONU. Credo sia importante impegnarsi affinché i soprusi e le ingiustizie non vengano più lasciati scorrere come se niente fosse. Credo sia importante renderci conto di quello che succede sia in Palestina, che in Bolivia, che in Sierra Leone, che in qualsiasi altra parte del mondo in cui la LIBERTA’, il DIRITTO sono parole non contemplate e non ammesse. Credo sia importante combattere contro ogni FASCISMO, contro ogni REGIME, e lo Stato d’Israele è sia un regime che fascista. Credo al diritto ad una vita dignitosa di ogni uomo. Vi prego di adoperarci affinché qualsiasi ingiustizia cessi, con gli strumenti e i modi che chiunque nel suo piccolo ha: il boicottaggio di prodotti, l’informazione e l’educazione. Magari non sarà sufficiente, ma almeno potremmo dire di averci provato, di non aver guardato immobili e accondiscendenti un genocidio che si consuma da sessant’anni e che continuerà a consumarsi. Per una volta prendiamo esempio dalla storia. Il regime di apartheid in Sud Africa è stato, tra le altre cose, sgominato anche grazie al boicottaggio, sia sportivo, che di prodotti, che culturale. Pluralia si impegna con i suoi mezzi a metter fine alla lenta e silenziosa morte del popolo palestinese.
Spero di non avere annoiato nessuno con questa lunga lettera.
Palestina Libera, Stop a qualsiasi forma di Regime, Salam.
Claudia

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