Pubblicato da: Staff "Il Blog di DIMITRI, il verseggiatore" | gennaio 16, 2009

La vera storia del “colpo di stato” di Hamas

picture-by-christian-minelli

Mentre nella Striscia di Gaza controllata da Hamas infuria ormai da settimane una guerra che sta incidendo in maniera drammatica sulla popolazione civile, dalle pagine del giornale Asia Times lo storico americano Gareth Porter ritiene utile ricordare quali furono le vere cause che portarono il movimento islamico palestinese ad impadronirsi della Striscia

Fino alla metà del 2007 vi furono seri ostacoli politici ad una guerra convenzionale su vasta scala da parte di Israele contro Hamas a Gaza: il fatto che Hamas avesse vinto delle elezioni libere ed imparziali per la definizione del nuovo parlamento palestinese, e che fosse ancora il partito dominante all’interno di un governo pienamente legittimo, rappresentava l’ostacolo principale.

L’amministrazione di George W. Bush aiutò Israele ad eliminare questo ostacolo, provocando intenzionalmente Hamas affinché si impadronisse del potere. Il piano originario aveva l’obiettivo di spingere il presidente palestinese Mahmoud Abbas a sciogliere il governo Hamas democraticamente eletto – una cosa che Bush cercò di fare per molti mesi senza successo.

Hamas aveva ottenuto il 56% dei seggi del parlamento palestinese alle elezioni del gennaio 2006, ed il mese successivo il Consiglio Legislativo palestinese (il parlamento) aveva votato per la creazione di un nuovo governo sotto la guida del primo ministro Ismail Haniyeh. L’amministrazione Bush cominciò subito ad impiegare la propria influenza sul Quartetto (gli USA, l’UE, le Nazioni Unite e la Russia), per cercare di capovolgere i risultati delle elezioni.

Il Quartetto rispose alla vittoria di Hamas chiedendo che il movimento palestinese rinunciasse ad ogni resistenza armata contro Israele, e che deponesse le armi prima di giungere ad una soluzione politica. Si trattava in effetti di una richiesta che avrebbe permesso ad Israele di utilizzare il proprio controllo militare ed economico sulla Cisgiordania e su Gaza per imporre la propria soluzione unilaterale ai palestinesi.

Nel frattempo, l’amministrazione Bush e gli europei tagliarono tutti i finanziamenti diretti al governo palestinese, mentre Israele si rifiutò di consegnare alle autorità palestinesi le imposte e i dazi doganali che lo stato ebraico incassa per conto dei palestinesi in base al Protocollo di Parigi firmato insieme all’OLP nel quadro degli Accordi di Oslo.

Siccome Abbas continuava a resistere alle richieste americane di porre fine al governo eletto, sia il segretario di stato Condoleezza Rice che il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni dissero al presidente palestinese, presso la sede delle Nazioni Unite nel settembre del 2006, che non avrebbero accettato un governo palestinese con la partecipazione di Hamas.

La Rice fu poi inviata a Ramallah agli inizi dell’ottobre 2006 per forzare ulteriormente la mano al presidente palestinese. La Rice chiese ad Abbas di impegnarsi a sciogliere il governo Haniyeh entro due settimane, e poi accettò la promessa di quest’ultimo di farlo entro quattro settimane, secondo quanto afferma un memorandum del Dipartimento di Stato americano che è stato pubblicato dalla rivista Vanity Fair (il reportage di Vanity Fair, intitolato “The Gaza Bombshell”, ebbe il merito di confermare con documenti di prima mano notizie e voci che circolavano da tempo sulla stampa araba ed internazionale, pur essendo passate più che altro inosservate in Occidente; dell’esistenza di un piano per rovesciare Hamas la stampa araba aveva parlato anche prima che tale piano venisse applicato; si veda ad esempio l’articolo intitolato “Quando le iniziative di pace incoraggiano lo scontro armato palestinese”, apparso il 07/01/2007 sul quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat, a firma del giornalista palestinese Bilal al-Hassan (N.d.T.) )

Vi era tuttavia un ostacolo alla richiesta americana: in base all’articolo 45 della “Legge Fondamentale” dell’Autorità Palestinese, Abbas poteva destituire il primo ministro, ma non poteva nominarne al suo posto uno che non rappresentasse il partito di maggioranza all’interno del Consiglio Legislativo palestinese.

Abbas non riuscì a mantenere la promessa di sciogliere il governo, di conseguenza l’amministrazione Bush gli fece avere una “nota” che chiedeva che a Hamas venisse data “una chiara possibilità di scelta, entro una data precisa” per accettare o rifiutare “un nuovo governo che soddisfi le condizioni poste dal Quartetto”. La nota, pubblicata in parte da Vanity Fair lo scorso gennaio, diceva al presidente palestinese che se Hamas avesse rifiutato la richiesta, “lei dovrebbe rendere chiara la sua intenzione di dichiarare uno stato di emergenza e di formare un governo di emergenza che si impegnerà esplicitamente a rispettare questa piattaforma”.

La nota chiedeva inoltre che Abbas “rafforzasse la sua squadra” includendo “figure credibili e caratterizzate da una forte reputazione all’interno della comunità internazionale”. Era un riferimento al responsabile delle forze paramilitari di Fatah, Muhammad Dahlan, che da lungo tempo era considerato il candidato dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati. Nell’aprile del 2003, Yasser Arafat aveva ricevuto pressioni da parte del primo ministro britannico Tony Blair e del presidente egiziano Hosni Mubarak affinché nominasse Dahlan a capo della sicurezza palestinese.

Verso la fine del 2006, la Rice spinse l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ad accettare di fornire segretamente denaro e addestramento militare allo scopo di pianificare un salto di qualità della milizia di Dahlan.

Ma c’era un altro elemento nel piano dell’amministrazione Bush. Esso incoraggiava Dahlan a compiere attacchi contro le infrastrutture politiche e di sicurezza di Hamas a Gaza, che erano ben note per essere molto più forti di quelle della fazione di Fatah guidata da Abbas. In una successiva intervista rilasciata a Vanity Fair, Dahlan ammise di aver condotto una “guerra molto abile” contro Hamas a Gaza per molti mesi.

Altre fonti affermano che la milizia di Dahlan ha compiuto torture e sequestri ai danni del personale di sicurezza di Hamas.

Alvaro de Soto, allora coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, scrisse nel suo “rapporto confidenziale di fine missione” che gli Stati Uniti “spingevano chiaramente per uno scontro tra Fatah e Hamas…”. Egli ricordò che “l’inviato americano” ad un incontro del Quartetto, il 2 febbraio 2007 a Washington, aveva dichiarato due volte: “Quanto mi piace questa violenza”, perché “ciò significa che altri palestinesi si stanno opponendo a Hamas”.

L’inviato americano era Condoleezza Rice.

L’amministrazione americana diede l’impressione di volere che Hamas venisse a conoscenza del suo piano di aiutare Fatah ad impiegare la forza contro il movimento islamico palestinese a Gaza. Un articolo della Reuters da Gerusalemme, datato 5 gennaio 2007, rivelò un documento interno del governo americano che mostrava che gli Stati Uniti avevano promesso 86 milioni di dollari per “rafforzare e riformare elementi del settore della sicurezza palestinese controllato dalla presidenza dell’ANP”, e per “smantellare le infrastrutture del terrorismo ed imporre la legge e l’ordine in Cisgiordania e a Gaza”.

Quando Abbas negoziò un nuovo accordo con Hamas, alla Mecca nel febbraio del 2007, per la costituzione di un governo di unità nazionale, l’amministrazione Bush rispose stendendo in segreto un “piano d’azione per la presidenza palestinese”. Il piano minacciava che “la comunità internazionale” non avrebbe più “trattato esclusivamente con la presidenza”, se quest’ultima avesse continuato a non accogliere le richieste americane, e che “molti paesi all’interno dell’UE e del G8” avrebbero cominciato a “cercare interlocutori più credibili in ambito palestinese, che siano in grado di mantenere gli impegni su questioni chiave in materia di sicurezza e di governo”.

Il piano, datato 2 marzo 2007, invitava Abbas a “cominciare a prendere le misure necessarie contro i gruppi che compromettono il cessate il fuoco, con l’obiettivo di garantire gradualmente l’ingresso di tutti i [restanti] gruppi armati all’interno delle istituzioni di sicurezza della Palestina [tra il 2007 ed il 2008]…”. Esso prometteva di aiutare Abbas ad “imporre il necessario ordine nelle strade palestinesi” attraverso la “superiorità” delle forze di Fatah nei confronti di Hamas, dopodichè vi sarebbero state nuove elezioni nell’autunno del 2007.

Ancora una volta il piano americano fu tenuto segreto, ma trapelò nell’aprile del 2007 sulle pagine del quotidiano giordano al-Majd. Se ciò poté accadere, probabilmente fu perché i servizi di intelligence giordani, che collaboravano molto strettamente con gli Stati Uniti, presero la decisione di far giungere la cosa alla stampa.

Poi, il 7 giugno 2007, il quotidiano israeliano Haaretz rivelò che era stato chiesto ad Israele di autorizzare la spedizione di decine di autoblindo egiziane, di centinaia di razzi e di migliaia di bombe a mano per le forze di sicurezza di Fatah.

I piani trapelati relativi al rafforzamento militare di Fatah erano un chiaro invito rivolto a Hamas affinché mettesse in atto un’azione preventiva. Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo di Haaretz, Hamas diede inizio ad una campagna che eliminò la presenza delle forze di sicurezza di Fatah da Gaza in cinque giorni.

Il giorno dopo la completa sconfitta delle forze di Dahlan a Gaza, Abbas sciolse il governo di unità nazionale guidato da Haniyeh e nominò un suo primo ministro, violando lo statuto palestinese.

La disfatta delle forze di Dahlan fu una conseguenza prevedibile delle politiche dell’amministrazione Bush. Come disse a Vanity Fair il comandante delle brigate dei Martiri di al-Aqsa (la milizia di Fatah), Khalid Jaberi, “possiamo solo concludere che avere Hamas al potere sia utile alla strategia complessiva [dell’amministrazione Bush], perché altrimenti la loro politica sarebbe del tutto folle”.

Ma l’amministrazione Bush non aveva soltanto raggiunto il suo obiettivo di eliminare un governo dominato da Hamas; essa aveva anche creato una nuova argomentazione che avrebbe potuto utilizzare in un secondo momento per giustificare un’offensiva israeliana su vasta scala a Gaza. L’argomentazione era che Hamas aveva messo in atto un “colpo di stato illegale” a Gaza. E’ questa l’espressione che la Rice ha utilizzato il 2 gennaio scorso, per giustificare le operazioni militari israeliane a Gaza.

Gareth Porter è uno storico ed analista politico americano; è specializzato in questioni legate alla politica estera e militare degli Stati Uniti; è autore di una storia sulle ragioni della guerra in Vietnam: “Perils of Dominance: Imbalance of Power and the Road to War in Vietnam”; l’articolo qui proposto è apparso sul quotidiano Asia Times il 07/01/2009

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